la Repubblica
Intervista a Michele Capurso,
uno degli insegnanti del progetto

"Riuscire a penetrare nel
mondo chiuso del reparto"


Ecco una testimonianza diretta, dalle parole di uno degli insegnanti coinvolti, il pedagogista Michele Capurso, che fin dall'inizio ha seguito e collaborato alla sperimentazione del Silvestrini.

Come viene attualmente portata avanti l'attività di comunicazione tra i pazienti e (eventualmente) le persone esterne?

"Si usa la posta elettronica, laddove possibile, per scambiare messaggi tra il bambino malato e suoi amici o compagni esterni. Proprio in questi giorni, in seguito al ricovero di un bambino di prima media, stiamo valutando la possibilità di istallare un computer Macintosh anche nella sua classe e consentire così un flusso di messaggi quotidiani.
Attraverso il sistema Bamb.i., ciascun bambino ricoverato viene fatto mettere in comunicazione con altri bambini ricoverati, con i quali gioca, parla, lavora. Questo tipo di comunicazione è interna al reparto, ed è più facile da attuare perchè i bambini sono generalmente in situazioni simili (sono abituati a vedersi senza capelli, hanno tutti il catetere venoso centrale, sono tutti sotto flebo, ecc.). Per fare ciò dobbiamo comunque attendere la disponibilità di due bambini 'compatibili' tra di loro... cosa che avviene, mediamente, due-tre volte al mese.
Attraverso la postazione esterna al reparto del sistema bambi effettuiamo collegamenti con parenti, amici, fratelli, e talvolta compagni di scuola che vengono a trovare il bambino malato".

Quali sono i rapporti che si conservano e si instaurano con la realtà di origine e con la scuola di provenienza in particolare?

"E' nostra prassi prendere contatto con le insegnanti della classe di provenienza del bambino (sia essa elementare, media o materna) e concordare un piano di scambio di materiale, lavoretti, disegni e di indicazioni didattiche e curricolari. Uno dei maggiori problemi in questo senso deriva dalle norme igienico-sanitarie, che impediscono l'accesso di tutto il materiale non facilmente lavabile o sterilizzabile proveniente dall'esterno".

In che modo avvertono e vivono questa possibilità di comunicare con il mondo esterno i piccoli degenti?

"Dipende. Per i collegamenti interni, tra di loro, si divertono molto... Per le visite esterne si tratta sempre di momenti forti, spesso commoventi, che io ritengo comunque molto importanti sia per chi e' ricoverato sia per chi viene da fuori... Alcuni bambini restano in isolamento per mesi, e i fratelli rimasti a casa li vedono sparire"

Che peso hanno le difficoltà tecniche, per bambini che devono utilizzare strumenti nuovi?

"Direi di secondo piano. Il peso maggiore deriva dalla cautela che gli operatori tutti dell'ospedale (noi insegnanti compresi) vogliamo avere per evitare di attivare strumenti e attività che finiscano (involontariamente) per ledere qualcuno... E' difficile da spiegare, ma la realtà di un reparto di oncoematologia pediatrica è un mondo abbastanza chiuso. Inizialmente valutavo questa chiusura eccessiva, adesso che capisco le dinamiche che coinvolgono un bambino malato e la sua famiglia, inizio a pensare che la cautela sia doverosa".

Come si può valutare il coinvolgimento del personale ospedaliero?

"Ottimo. Nel nostro reparto si lavora solo in equipe multidisciplinari (medici, infermieri, psicologi, assistente sociale, insegnanti), e tutte le decisioni generali vengono prese assieme : qual è il modo migliore per assistere una data famiglia, come e cosa dire a i bambini della loro malattia, come gestire la comunicazione con l'esterno.



per contattare l'insegnante Michele Capurso:
e-mail:

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