LABORATORIO III - ESPRESSIVITA' DEI LINGUAGGI
GIOCHIAMO INSIEME
Federica CANTALUPPI
da: Bambini in ospedale N. 11/12 - Gennaio 1989

LABORATORIO III - ESPRESSIVITÀ DEI LINGUAGGI

Giochiamo insieme

di Federica Cantaluppi

 

Appena nato il bambino usa tutto se stesso per farsi "capire" dal mondo che lo circonda; il mondo che lo circonda, quando cerca di interpretarlo, stabilisce con lui un dialogo per comprendere meglio i suoi bisogni.

Ecco il bambino ha cominciato la sua lunga ricerca di comunicazione che continuerà per tutta la vita.

COMUNICARE, infatti, è uno dei Diritti naturali per ogni essere vivente, in qualsiasi condizione si trovi.

E' affermazione della propria esistenza, è difesa dalle forme di negazione, della propria differenza, è sempre e comunque proposta di mutamento.

Per il bambino che vive anche per poco tempo un'esperienza di ospedalizzazione diventa estremamente importante alimentare il suo potenziale espressivo.

L'ambiente nuovo: nuovi suoni, nuove voci, nuovi ritmi, interni ed esterni, nuovi spazi, nuovi colori, nuove forme, nuovi odori influenzano le sue sensazioni.

Il corpo che avverte diverse tensioni e rilassamenti, frequenti sensazioni termiche: mani fredde e calde che lo toccano, che lo spostano, che lo sollevano, che lo accolgono. Il bambino, insomma, viene sottoposto ad una nuova serie di stimolazioni diverse che entreranno a far parte della sua storia.

L'adulto che si pone un obiettivo educativo deve entrare in comunicazione con il bambino e lavorare per stimolarne le potenzialità espressive.

Ciò significa partecipare alle diverse esperienze sensoriali che il bambino vive, interpretarle e riproporle come un patrimonio importante al quale attingere per aiutarlo a trovare una sua personale possibilità espressiva, che forse potrà prendere la forma di una risposta al nuovo "mondo" che il bambino sta affrontando e cercando di assimilare a se stesso.

Si tratta così di dare importanza ad ogni momento trascorso con lui dove "... l'attesa piuttosto che la sollecitudine, l'attenzione a cogliere ciò che il bambino può trasmettere: un desiderio, una paura, un ricercare qualcosa, il tentativo di verbalizzare, di trovare parole per dare significati a momenti che appaiono privi di significato" (Boccardi, G. 1986: 49), diventano strumenti fondamentali del rapporto educativo.

E si presentano come presupposti per un intervento di musicoterapia "... un intervento che sfrutti le risorse di una comunicazione non verbale (e verbale), in un'ottica di intervento ecologico, centrato sulla relazione, valorizzante le parti sane e creative di ciascun individuo. Un intervento ecologico inteso come sistema di sistemi di relazioni, in cui il suono e la musica siano portatori di elementi antropologici, sociologici, culturali, esistenziali entro la concezione dell'intervento medesimo, delle sue modalità di messa in atto dei suoi mezzi e scopi" (Lorenzetti, L.M. 1987: 52).

Ed è proprio all'interno di questo sistema di sistemi, che ci si può avvalere di metodologie quali la globalità dei linguaggi, attraverso la quale è possibile tenere conto di tutte le forme d'espressione senza perdere di vista le modalità di comunicazione privilegiate di ognuno. In questo modo ci si potrà sempre muovere dalle potenzialità espresse dal bambino senza negare la nuova situazione che si sta vivendo. All'interno di un ciclo continuo, di passaggi da un codice all'altro della comunicazione "l'obiettivo pedagogico è quindi lo sviluppo della personalità nella rivalutazione dell'entità corporeo-sensoriale come elemento diverso e comune e, quindi, come presupposto alla socializzazione e non alla massificazione. Educare all'espressione nella globalità dei linguaggi è inoltre dare capacità di leggere e tradurre semeioticamente (prescrittura e interpretazione artistica) tutte le realtà in movimento (suono, colore, forme, volume) raggiungendo l'estrazione logica e simbolica attraverso il compiacimento della propria traccia comunicativa" (Guerralisi, S. 1983:15).

Lavorando in questo modo, eventuali sensazioni di smarrimento o dolore, una volta riconosciute, non dovrebbero essere nascoste o mascherate ma bensì accolte come esperienze vissute. Come proposte che lo stesso bambino fa per "poter parlare di sé".

Insieme alle diverse tecniche che possono essere usate diventa quindi estremamente importamente che l'adulto abbia conoscenza di sé a livello percettivo, per-poter interpretare ed incontrare il bambino, senza dimenticare l'aspetto ludico di ciò che si propone. Aspetto ludico che significa non solo far giocare il bambino ma porgere con piacere le proposte.

Approfittare del gioco come mediazione per instaurare un dialogo e far nascere esperienze ogni volta modificabili e traducibili in forme diverse.

Insomma, "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te, e neppure tu hai bisogno di me. lo non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarà per te unica al mondo" (De Saint-Exupery, A. 1984: 92).


Bibliografia

- Boccardi Giuliana, 1986,11 corpo gioco, F. Angeli Milano.

- De Saint Exupery Antoine, 1984, Il Piccolo Principe, Bompiani, Trad. Nini Bo.

- Guerralisi Stefania, 1983, Globalità dei linguaggi, Ventaglio, Roma.

- Lorenzetti Matteo L., 1987, Suono e comunicazione, UNICOPLI, Milano.


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